Alessandro Baricco per la prima volta si cimenta dietro la macchina da presa. La sua fama di scrittore è riconosciuta a livello internazionale, l’adattamento per il cinema di due lavori come Novecento, da cui Giuseppe Tornatore trasse La leggenda del pianista sull’oceano e Seta è un fatto assodato, mancava solo la regia cinematografica. Arriva dunque Lezione 21 scritto appositamente per quel mezzo espressivo che ha segnato la cultura del ’900. Il film racconta di Beethoven e della Nona sinfonia attraverso un linguaggio e un iter non classico, non si affida a una descrizione biografica, ma a un assunto sui generis: la Nona non è affatto un capolavoro assoluto. A dimostrarlo è il professore Mondrian Killroy (John Hurt) che seduce gli studenti proprio con le sue lezioni fuori dal comune, e sembra che la numero ventuno sia rimasta particolarmente impressa. Sono allora gli stessi allievi, attraverso la loro immaginazione, a proporre allo spettatore la visione onirica di quell’incontro partendo da una storia tanto amata da Killroy: nel 1824, su un lago ghiacciato, vicino Vienna fu trovato il corpo congelato del giovane maestro di musica Hans Peters (Noah Taylor), che stringeva in mano il suo violino. Baricco ci restituisce, divertendosi, una pagina di storia attraverso un impianto narrativo multistrato che a volte depista lo spettatore.
Perché ha scelto proprio Beethoven?
"Per me era più semplice lavorare su una materia che conoscevo bene. A dire la verità avrei voluto cimentarmi con la storia del Partenone ma avrei dovuto studiare molto. Con la musica avevo un’esperienza diretta, rappresentava il mondo in cui sono cresciuto".
Ha scelto un approccio alla materia molto lontano dall’usuale.
"Non mi piace l’atteggiamento con cui ci si accosta alle opere di Beethoven, è troppo banale, bisognerebbe avere uno sguardo laico, intelligente e critico, non sottomesso. Lo penso anche del Partenone e delle tragedie di Euripide. Uno sguardo frontale non porta a grandi risultati, bisognerebbe guardare certi monumenti culturali da un altro punto di vista, osservare le loro debolezze. Da qui si deve partire per riscoprire la loro bellezza".
Da cosa dipende il successo di un’opera?
"Dalle sette intellettuali. Beethoven non sarebbe esistito senza il ritratto dei romantici, per loro è stato un eroe. Se avesse vinto qualcun altro nel dibattito culturale del tempo l’autore della Nona sarebbe rimasto anonimo".
Mondrian è un vero demolitore di capolavori, nel film si accenna all’Ulisse di Joyce, alla Gioconda e a Kubrick. Come li ha scelti?
"È stato un gioco collettivo, ognuno si divertiva a mettere in scena quello che voleva, certo quando ho visto Kubrick mi sono detto: ‘No, lui no!’. Però era solo uno scherzo che delineava lo spirito di Mondrian".
Perché ha voluto provare l’ebbrezza del cinema?
"Noi del mondo della letteratura invidiamo coloro che lavorano dietro la macchina da presa perché stanno al centro del sistema, un po’ come il romanzo a metà dell’Ottocento. Noi siamo sbattuti in periferia anche se abbiamo una libertà incomparabile, possiamo essere più scomodi, precisi e acuti".
In Lezione 21 però ha goduto di una certa libertà.
"Sì, devo ringraziare Domenico Procacci delle Fandango e gli altri produttori, mi hanno permesso di uscire dalle maglie del mercato, di essere libero di inventare, pur nei limiti. È stato un modo per portare al cinema il mondo della letteratura, del teatro e anche della radio".
Qual è stata la fatica maggiore?
"La fase di post-produzione, la ripetizione del mestiere all’interno di un laboratorio chiuso, paradossalmente soffrivo molto meno quando ci alzavamo alle quattro del mattino a girare. In Trentino abbiamo trovato il periodo più caldo degli ultimi 150 anni, così ho dovuto sfruttare le albe e i tramonti per ricreare l’atmosfera fredda del film".
A proposito di ghiaccio, la maggior parte del film è ambientato in un deserto innevato. Perché?
"Avevo in mente quell’immagine ma non riuscivo a spiegarmela, conoscevo a memoria le battute dei personaggi ma non sapevo com’erano vestiti e il luogo in cui sarebbero stati collocati. Poi ho visto gli schizzi di Tanino Liberatore, il nostro visual consultant, da lì ho capito che avrei collocato Beethoven in un luogo anomalo, per farlo risuonare diversamente. Lo scenario mi entusiasmava anche cinematograficamente, inoltre mi piaceva il contrasto tra il freddo dell’ambiente e il calore di quei personaggi bizzarri".
Per il debutto ha scelto un cast internazionale d’eccezione.
"Siamo stati molto fortunati. Cosa puoi dire di John Hurt (Elephant Man ndr)? Quanto a Noah Taylor (Shine ndr) ho trovato pazzesco la sua verve comica su un volto senza sorriso, poi ho scelto Leonor Watling (un’allieva ndr) perché era un tipo di bellezza perfetta, stratosferica da una parte e normale dall’altra. Era proprio quello che cercavo".